Domon Ken

qui si parla di quanti, fotografi e non solo, sono entrati nella storia della fotografia

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Emilio Vendramin
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Domon Ken

Messaggio da Emilio Vendramin » dom ott 30, 2016 8:15 pm

Non è facile, inizialmente, inquadrare la figura di Don Ken.
Un modo di esprimersi che ci è comune - la fotografia - ci viene in aiuto.
Ho incontrato per la prima volta questo fotografo, o meglio le sue opere, visitando la mostra IL MAESTRO DEL REALISMO GIAPPONESE a Roma, dove una delle prime immagini esposte, quasi un' introduzione, lo ritrae in piedi su uno sgabellino, con una Leica fra le mani, intento a fotografare.
In realtà, durante la sua lunga carriera, utilizzerà anche altro, fino al banco ottico.
Domon Ken nasce in Giappone nel 1909.
Nell'arco della sua vita fotografica attraversa numerose esperienze, vivendo fasi diverse, che lo collocheranno, nel periodo immediatamente precedente la seconda guerra mondiale, fra i maggiori fotografi di propaganda.
All'età di 22 anni entra come apprendista nello studio di Miyauchi Kotaro, legge molto sulla fotografia - almeno 500 fra libri e riviste - e si classifica al secondo posto, con una foto di paesaggio all'infrarosso, al concorso indetto dalla Konishiroku (oggi Kokina).
Ad agosto del 1935 pubblica per la prima volta sulla rivista Ashai Camera e, a novembre dello stesso anno, con una Leica C, realizza il suo primo reportage.
Diverse altre foto sono pubblicate negli anni su riviste di prestigio, una fra tutte l'americana Life.
Nel 1939 entra a far parte dell' Agenzia Per Le Relazioni Culturali Internazionali del Ministero degli Affari Esteri.

Del suo lavoro istituzionale colpiscono per il rigore formale alcune sue immagini, in particolare quelle relative agli allievi della marina miliatre e quelle delle crocerossine.

Immagine
(fonte Domon Ken Esercitazioni del corpo infermiere militare, Azabu, Tokyo, 1938 535×748 Ken Domon Museum of Photography)

Pur realizzando immagini di propaganda e di promozione dell'impero del Sol Levante, non perde la sua curiosità ed inizia un lavoro sui templi buddhisti.

Immagine
(fonte ARTRIBUNE: Domon Ken, Ushi (Bue), dai dodici guardiani del Muroji, Nara, 1941-43)

Sempre nel periodo bellico impressione circa 7.000 negativi (realizzati con banco ottico) sul teatro dei burattini Bunraku.
Alcune di queste immagini compariranno sulla rivista Chuokoron nel 1943.
Al termine della guerra, rivelatosi l'inganno della propaganda di stato, del mito imperiale, dell'ideologia militarista, Domon Ken si distacca fotograficamente dallo shintoismo di stato che aveva fin qui controllato pesantemente, in maniera totalitaria, il sistema educativo nazionale, per iniziare ad esprimersi con il linguaggio del neorealismo.
Prende a raccontare la realtà del Giappone uscito dal conflitto sconfitto e distrutto, anche e soprattutto nel tessuto sociale.
All' inizio degli anni '50 una mostra fotografica a Tokio (LA FOTOGRAFIA OGGI: GIAPPONE E FRANCIA) gli offre la possibilità di confrontarsi con autori quali Cartier Bresson, Brassai, Doisneau.
Nel 1957, in un articolo su PhotoArt traccia un bilancio del suo fotografare, dibattendo su due concetti per lui fondamentali:
JIJITSU, la realtà e SHINJITSO, la verità.
Ma già da alcuni anni Domon Ken aveva ampliato il suo modo di esprimersi, non solo modificando il linguaggio fotografico, producendo una fotografia realista che raccontava i cambiamenti in atto nella società, ma anche lavorando a livello informativo e formativo con saggi, articoli, conferenze.
Fra le serie di questo perido va segnalata "I Bambini di Koto".
E' interessante notare che l'autore, insoddisfatto di questo suo lavoro che accusa di un "...realismo piccolo borghese..." ne blocca la pubblicazione.

Immagine
(fonte ARTSLIFE - Domon Ken Lucertola, 1955 dalla serie I bambini di Kōtō - Kōtō no kodomotachi)

Con uno sguardo sempre più socialmente impegnato, la sua fotografia vira decisamente verso un linguaggio assimilabile ad un realismo di stampo "socialista".
Questo "nuovo" modo di fotografare emerge prepotentemente nella serie - anno 1959 - che realizza nei villaggi minerari dell'isola di Kyushu.
Domon Ken testimonia con le sue immaginila durezza della vita quotidiana, ma lo fa attraverso gli occhi dei bambini.
Questo nuovo importante lavoro "I BAMBINI DI CHIKUHO" sarà pubblicato nel 1960.

Immagine
(fonte PINTEREST: The Children of Chikuho" by Ken Domon)

Sempre negli stessi anni nasce la serie HIROSHIMA, un portfolio di 180 immagini realizzate a 13 anni dal lancio della prima bomba atomica, che richiamerà l'attenzione del mondo sulle ferite ancora aperte del Giappone.
C'è in questa serie una foto che ritrae un orologio da tasca colpito dallo scoppio della bomba. Non ha più le lancette, è fermo, non sembra più esercitare la sua funzione di segnatempo. Ma non è così e l'orologio fermo segna l' attimo, come un' icona indica il momento del terribile scoppio, segna un confine preciso fra il prima ed il dopo.

Immagine
(fonte CULTWEEK - Domon Ken, Paziente in ospedale, 1957 dalla serie Hiroshima. Ken Domon Museum)

Di questo suo lavoro lo stesso Domon Ken scrive "...quando cominciai a fotografare, le vittime si mettevano volontariamente davanti alla mia macchina fotografica, con il sincero desiderio che le mie immagini aiutassero ad evitare che altri giapponesi cadessero vittime di bombe atomiche come loro ... quante volte scattai con le lacrime che mi riempicavo gli occhi..."
( tratto dall'introduzione al volume fotografico Hiroshima)

Nel prosieguo della sua vita Domon Ken viene colpito da alcuni ictus da cui parzialmente si riprende, anche se sempre con maggiore difficoltà.
Muore nel 1990, quando è già costretto su una sedia a rotelle.
Le sue condizioni oggettive lo costringeranno ad abbandonare progressivamente la fotografia, portandolo a rifugiarsi nella pittura, altra sua grande passione.
Firmerà i suoi quadri con lo pseudonimo DOMODIGLIANI, considerando il pittore italiano uno dei suoi ispiratori.
Oggi il lavoro di tutta la sua vita è raccolto a Sakata, nel DOMON KEN KINENKA, caso forse unico di un museo dedicato ad un unico fotografo.
Domon Ken è stato soprannominato Oni No Domon, ovvero il diavolo, per il suo carattere burbero ed intransigente.
Un "diavolo" che così definì la fotografia realista: "...è una fotografia che ama la verità, esprime la verità, rivela la verità ..."

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